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sabato 19 maggio 2018

Bullismo che fu



Pubblicato su L'Unione Sarda 
di Gabriele Uras, Dirigente Ispettore del MIUR in quiescenza.

BULLISMO CHE FU

Oggi il bullismo è agli onori, o disonori, della cronaca, sia che lo si intenda come violenza tra gli allievi sia che si manifesti come ribellione e offese verso i docenti. Si dice che il bullismo c’è stato anche nel passato, ed è vero, ma forse era una cosa diversa da quello di oggi, per molte ragioni, tra le quali occorre rimarcare che quella odierna è una scuola di massa, mentre quella di un tempo era aperta solo a una minoranza di allievi, per i quali essa talvolta fungeva da ascensore sociale, mentre oggi non più, a detta dei sociologi e per nostra comune esperienza. Ma torniamo al Bullismo. Giorni fa ho inviato un messaggio a un caro amico e, come me, già studente all'istituto Magistrale di Sassari. Esso suonava così.

“Suggestionato dalla notizie di stampa e di TV sul bullismo, stanotte ho sognato, indovina chi? Missillalla, l’insegnante di musica, meglio di solfeggio. E al risveglio non ero sereno, ma perplesso. Desiderai di essere seduto davanti al tavolo di un caffè, con alcuni vecchi compagni del glorioso Istituto Magistrale che ci liberò chi dalla zappa e chi dalla cazzuola, e ci abilitò maestri. E con essi a ricordare e condividere, giudici e penitenti di noi stessi, alcuni lontani episodi del nostro “innocente” bullismo, e le analogie e le differenze rispetto a quelli d'oggi, illuminati forse e forse anche confortati dall’amaca di Michele Serra e dal lucido contributo di Maurizio Crippa sul Foglio, che danno del bullismo una lettura di classe (sociale). Ma forse sbaglio a coinvolgerti come correo, giacché eri iscritto alla sezione femminile, ingentilita dalla presenza di tante belle ragazze. Non eri della famigerata sezione A, tutta maschile, molti ripetenti, qualcuno esperto nel rutto volontario intenzionale, che la prof nel rimprovero chiamava rigurgito, subito corretta dall’autore che la invitava a un uso più preciso del vocabolario. Anche il prof di Religione, ottima persona e futuro monsignore, ebbe qualche problema di disciplina nella nostra sezione. Mentre con l’insegnate di scienze, che leggeva dal libro senza mai spiegare e nessuno di noi la vide mai sorridere, e aveva la nota facile, si sentiva volare una mosca. Io sono perplesso. E tu?”

E questa è stata la risposta dell’amico.

“Ebbi anch’io a che fare con Missillalla. Quante gliene abbiamo combinate! Bullismo da parte nostra? Probabilmente sì, se leggiamo la cosa con gli occhi di oggi. Tuttavia il nostro comportamento non era dettato da malanimo; ci ridevamo sopra, scaricando su quella povera donna (la più debole del branco docente) le tensioni che altri suoi colleghi, non sempre all’altezza dei rispettivi ruoli, contribuivano ad accumulare dentro di noi. Infine, ma lo dico con affetto verso quella attempata e stravagante signorina, probabilmente noi studenti ci eravamo resi conto di qualcosa che era sfuggito a chi stava più in alto (Provveditorato Studi, etc.): la donna avrebbe potuto fare, forse bene, tante altre cose; ma non insegnare. Non era il suo mestiere, né possedeva i requisiti minimi per poterlo esercitare.”

Nella tarda primavera Missillalla andò via. La nostra sezione non la vide più. E quasi ci dispiacque, perché il nostro rifiuto si era prima attenuato e poi col tempo era venuto meno, non senza qualche punta di postumo rimorso, grazie anche a una ruvida lavata di capo del preside e ad una illuminante ramanzina del professore di Italiano e Storia. Le famiglie non vennero mai coinvolte, allora non usava. Era ciò che molti di noi temevamo di più.

In quella classe di un Istituto Magistrale degli anni 50 del secolo scorso eravamo una ventina, alcuni di città, altri provenienti dai paesi del circondario, si alzavano alle sei del mattino e rientravano affamati a casa nel pomeriggio. Tutti divennero dei bravi maestri, due vinsero il concorso come direttori didattici, uno passò alla scuola media e vi divenne preside, un altro fu per molti anni missionario in Africa.

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